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(Già pubblicati su MELTING POT
da ottobre 2002 a giugno 2003)
INDICE
IL
BASKET
MARCO
LOKAR
THE
SHOT
ARENA
LIBERTAS
ARGENTINA
ALESSANDRO
ANGELI
STOCKTON
TO MALONE
FINALI
SCUDETTO 1998
I
DERBY VITERBO-RIETI
I
LAKERS
ITALIA
CAMPIONE D'EUROPA
SPRINGFIELD
SLAM
DUNK
OSCAR
LINNELL
JONES - 1
LINNELL
JONES - 2
IL
BASKET
I love this game:
questo slogan-dichiarazione, rivolto ormai da parecchio tempo dagli estrosi
americani allo hoop, lo sport dei canestri, si addice ormai alla
pallacanestro di ogni continente e categoria. Perché ovunque c'è un canestro,
dallo scalcinato traliccio di un playground di periferia al lusso californiano
di uno Staples Center, lì va in onda uno show: il Basket. Più di un
semplice gioco.
Sport globale capace come pochi di catalizzare l'attenzione di sacri e profani e
di mandare in estasi i telecronisti, fatto di atletismo, tecnica e spettacolo
insieme, di stretto rapporto parquet-tribuna. Fucina di storie, promesse e
leggende. Cibo vitale per gli intenditori e pura esibizione per tutti gli altri.
In ogni caso, sempre attraente anche al semplice nominarlo.
Su questo virtuale cubo del cambio (così chiamato dalla forma di tale
sedile a bordo campo su cui si adagia il giocatore pronto a entrare in partita)
"siederanno" ogni volta un personaggio, una storia, un evento
cestistico interessante da ricordare e da proporre al pubblico.
Oggi è toccato proprio a lui, a questo autentico contenitore di sogni: il Basket.
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MARCO
LOKAR
"Cervello più veloce di gambe" disse di lui il suo precettore
Boscia Tanjevic. In effetti Marco Lokar, play triestino del '69,
è uno di quelli che non tribolerà per guadagnarsi da vivere una volta chiuso
il cimento sul campo: poliglotta, qualche laurea, master vari, un intelletto
aperto e rapido. In Italia, pur cambiando molte squadre, si è affermato in A2 e
B (nel 1995 sbancò il PalaCimini con otto bombe: giocava con Rieti e per
Viterbo fu avversario di mille battaglie) e oggi sverna in C1 a Gorizia. Tutto
qui? No. Sembrerà strano, ma le pagine più esaltanti della sua esperienza
cestistica e di vita le ha scritte oltreoceano, dove ha fatto l'università,
disputando l'NCAA con Seton Hall (NJ) di coach Carlesimo.
Ricordiamo due grandi gesti, uno atletico e uno ideologico. Nel 1989-90, da
matricola, piazzò 41 punti sul groppone di Pittsburgh di fronte ai diecimila
della Meadowlands Arena, record della carriera e della Big East Conference, una
di quelle serate dove nel cesto ti entra di tutto. Due anni dopo ebbe il
coraggio di rifiutare, in nome dei suoi ideali pacifisti, la flag a
stelle e strisce cucita sulla maglia nel periodo della guerra del Golfo,
bandierina esibita invece da tutti gli sportivi americani o lì residenti (tema
più che attuale…). Il suo atto ebbe notorietà nazionale, ma divenne anche un
nemico per molti. Di lì a poco si laureò e tornò in Italia. Di entrambe le
sue imprese più belle ha parlato Sports Illustrated: un onore,
questo, concesso veramente a pochi atleti provenienti dalla nostra penisola. Bel
personaggio, Marco Lokar. Dentro e fuori dal campo.
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THE
SHOT
The Shot, il tiro. Così, tout court, per antonomasia. Tale è la
didascalia della foto, esposta nel museo di Wilmington in North Carolina
(cittadina in cui è cresciuto Michael Jordan), del canestro decisivo che diede
la vittoria a NC del futuro Air contro la Georgetown di Pat Ewing.
Il tiro nella sua piena essenza o, in termini meno filosofeggianti, il gesto da
riportare alla famosa pagina 3 del manuale del basket. Quella retina bruciata
dall'arancia a spicchi nella finale della NCAA '82 segnò l'inizio dell'ascesa
di Jordan verso l'empireo della pallacanestro che lo porterà ad esser
considerato l'incarnazione vivente di questo sport. E poiché MJ è uno che ha
sempre avuto in testa l'idea del circolo da chiudere, non poteva che lasciarci
con una simil mossa.
Finali NBA '98, Utah Jazz - Chicago Bulls, venti secondi alla fine, +1 Jazz. MJ
ruba palla a Karl Malone, si porta nell'altra metà campo, finta ubriacante su
Bryon Russell, sospensione e… ciuff! Sesto titolo per i tori. E' di
nuovo The Shot. La leggenda di Michael termina lì, in gloria. L'odierno
quarantenne di Washington, tornato in auge dopo tre anni sabbatici, è solo for
the love of the game, divertimento per lui e guida per i giovani. E dopo
anni di successo sfrenato, vagliela un po' a negare qualche sgambatura, la sera,
in palestra con gli amici, per fare un campionato qualunque. Come la NBA.
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ARENA
LIBERTAS
Grubessi, Bruni, Conti, Stefanoni, Perrella, Maggioli, Fontana, Natalini,
Gonzales, Rotelli, Campinoti, Valdannini, Baleani, Castellani, Fontecedro,
Coppa, Currò, Augusto e Anna Garbini. In ambito rosa, in primis Clara Prosperi,
poi altre pioniere come Omero, Giusti, Orecchiudi. Sto parlando di alcuni di
coloro, certo non tutti, che calcarono il "brecciolino" o sedettero da
coach o dirigenti sulle panche dell'Arena Libertas, il primo vero campo
da basket di Viterbo, fuori Porta Fiorentina dietro la Rocca, allora un rudere.
Ovviamente all'aperto, terreno duro, molto duro sia pur per le temprate
epidermidi degli uomini di quei tempi.
Creato dal nulla nel 1954, vi andarono in scena tornei regionali, nazionali e
anche europei di ambo i sessi per circa vent'anni. Così nel nulla sono
scomparse sia l'Arena (dopo l'avvento di palestre e palazzetti vari, lì non
c'è più neppure un playground) sia la Libertas, vittima di un delitto assai
recente. Oggi è un parcheggio, a pagamento anche. Nulla che lo ricordi. Solo
asfalto e strisce blu. Eppure lì prese il via, nella nostra città, questo
sport di grande spettacolo e tradizione, con i suoi primi attori a saltellare e
correre con maglie in lanetta pesanti e pruriginose, a muovere palloni di cuoio
ruvido, a vincere o perdere partite 23-15, agli occhi dei curiosi, degli
appassionati e del fu Angelino, sagoma perfetta del custode del campo,
silenzioso ma indispensabile.
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ARGENTINA
Emanuel "Manu" Ginobili, da Bahia Blanca a San Antonio in NBA
passando a suon di successi per Reggio Calabria e Virtus Bologna, rappresenta il
sogno vivente di tutti i ragazzi argentini, appassionati di basket e non solo.
Sicuramente dalle pampas altri lo seguiranno. E' l'esempio di una nazione che,
travagliata all'interno, cerca e afferma la sua identità fuori dei suoi
confini, da dove in effetti, con l'emigrazione d'altri tempi, proviene. E lo fa
con il cuore, buttandosi senza paura, dimostrando grandezza d'animo. E' un modo
per far sentire orgogliosa la gente di un paese in cui "c'è da lottare
e vincere tutti i giorni. Gli argentini hanno nelle vene ogni tipo di sangue e
sono elastici nel subire e nel reagire. Questa è la nostra forza, la nostra
vera ricchezza", come ha detto il calciatore Diego Pablo Simeone.
Nel basket lo hanno dimostrato al Mondiale di Indianapolis, in casa degli dèi,
umiliandoli in una partita già depositata alla storia come primo ko del Dream
Team. Poi, se in finale hanno perso immeritatamente per mano dei nuovi abitatori
dell'Olimpo (la Jugoslavia), poco ci importa: sono Ginobili, Sconochini,
Sanchez, Scola e compagni i vincitori morali dello show iridato. Ripeto, ci
hanno messo il cuore per dare speranza al loro popolo. A riprova che i
sentimenti conteranno pure qualcosa. Anzi, tutto. L'Argentina dei canestri
intanto ha fatto innamorare il mondo.
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ALESSANDRO
ANGELI
Si può affiancare nel carattere a giocatori quali Vincenzo Esposito, Gianmarco
Pozzecco e, nel calcio, Roberto Baggio, ma ancor più irrequieto, introverso e
ribelle. Alessandro Angeli è fatto così. Gente simile è abituata a
dirti le cose in faccia (e non sempre è un difetto), la devi accettare com'è, aut
aut, prendere o lasciare. Non tutti ci stanno, soprattutto gli
allenatori: ed ecco che tali personaggi si trasformano in stelle
"vaganti", cambiando casacca quasi ogni stagione.
Angeli, play del '65 dotato di tiro micidiale, nel suo errare tra Bologna e
Latina, la sua Rimini e l'iberica Murcia, la brumosa Pavia e la serie C umbra
dove dispensa gli ultimi lampi di classe, passò anche a Viterbo, nella stagione
1999-2000, canto del cigno della Libertas Tuscia alias Hidra. Anno di magie sul
parquet e silenzi fuori dal campo, di amori e litigi (anche con una frangia del
tifo), di elogi ed imprese (44 punti al Latina: gli ex non dimenticano),
applausi e incomprensioni, parole spregiudicate e canestri, tanti canestri. C'è
chi lo ricorda come un irriverente e basta, io lo ricordo come un campione.
Salvò l'Hidra sul campo estraendo dal cilindro prove magistrali. Altrettanto
non riuscì a fare negli uffici societari: bè, non poteva certo in alcun modo,
non era quello il suo mondo. Lui il destino di una squadra era abituato a
deciderlo sul parquet, e in effetti lo fece. Ma dietro certe scrivanie avevano
disposto diversamente.
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STOCKTON
TO MALONE
Stockton to Malone: nel basket è diventato un sinonimo di "pick and
roll" (cioè il gioco a due sull'asse play-pivot) e della perfetta simbiosi
tra colui che inventa e l'altro che finalizza. Ci hanno chiamato anche un
modello di auto, tanto per rendere l'idea. John Stockton e Karl Malone
hanno rispettivamente 41 e 40 anni da compiere. Il primo è playmaker, l'altro
ala forte. Il primo è riservato, freddo, lineare, ragionatore. L'altro è
estroverso, combattente, orgoglioso, avventuriero. Eppure sono molto amici. Sono
alla diciannovesima stagione consecutiva con gli Utah Jazz, giocherebbero
bendati senza accorgersene. Sono la più sorprendente coppia di giocatori che la
NBA ricordi. John è il miglior servitore di assist della storia, non ha
soprannomi di sorta, forse per il suo carattere da impiegato comunale. Karl è
il secondo realizzatore in assoluto, dietro solo all'inarrivabile Kareem Abdul
Jabbar, ed è detto The Mailman, il Postino che recapita sempre
puntuale il pallone nella retina. Leggendari. Purtroppo, come tanti altri
grandi, manca loro un titolo. Ci andarono vicini nel '98, fermati solo da
Jordan. Utah è calata, gli avversari sono cambiati, ma loro sono ancora lì a
fare "blocco e giro", in piena corsa per i playoff. Forse non ce la
faranno più ad arrivare in fondo, ma a noi piace immaginare loro due che prima
del ritiro sollevano congiuntamente il trofeo e vengono nominati MVP delle
finali. Solo un sogno, chissà…
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FINALE
SCUDETTO 1998
Immaginate una città che vive di basket e che ha le due squadre più forti
d'Italia. Immaginate due tifoserie pazze dei propri colori. Immaginate che si
trovino di fronte per caso in una serie scudetto. Bologna tutto questo lo
ha vissuto nella primavera del '98 grazie alle sue "due torri", la
nobile Virtus e la rampante Fortitudo, farcite di stelle. La finale fu autentico
derby al calor bianco, uno spirito capace di penetrare in ogni capillare del
capoluogo emiliano e produrre effetti inebrianti. Si arriva all'inappellabile
gara 5, ottomila persone stipate in un caldissimo PalaMalaguti.
La Fortitudo, grazie a Myers, Rivers, Chiacig, Fucka (spento invece Wilkins) si
mantiene sempre in vantaggio sui rivali bianconeri che stentano nonostante un
enorme Abbio. Ma i biancoblu iniziano a sbagliare troppo, prede del nervosismo e
della paura di vincere. La Virtus rosicchia punti fino al - 4. Diciotto secondi
e quaranta centesimi all'epilogo: la star Predrag "Sasha" Danilovic
esce da un blocco di Binelli, riceve da Abbio e spara da tre in faccia a
Dominique Wilkins. Fallo ingenuo dell'ex gloria di Atlanta, solo retina e libero
aggiuntivo. Pareggio: 72-72. Al supplementare, ovvio crollo Fortitudo: 86-77,
scudetto alle "V Nere", via al nuovo ciclo di coach Ettore Messina.
Quel 3+1 come degna conclusione di una stagione entusiasmante e intensa nonché
gesto tecnico e suggello a una carriera da campione per il grande Sasha
Danilovic.
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I
DERBY VITERBO - RIETI
Per quell'occasione Viterbo si riempiva di pura passione sportiva e
orgoglio cittadino. Il derby con Rieti rendeva leggendaria la sfida tra
una nobile decaduta quale la compagine sabina (la Sebastiani) e una squadra
viterbese (Libertas Tuscia) che era giunta all'apice della sua storia. Tutta la
città sembrava coinvolta e il palazzetto si riempiva con inaudita facilità. Il
clou di questi duelli è negli anni '90, quando le due squadre si trovarono
spesso di fronte in serie B. Vorrei citare forse il più bello, andato in scena
il 24 novembre 1996, con Viterbo capolista grazie alla corazzata di coach
Satolli e di Meleo, Benini, Sbarra, Tedeschi, Tirelli, Morrone, Luini, De Santi,
Santachiara. Una domenica di indicibile intensità. Quasi tremila persone dentro
l'impianto, ammassate anche nei corridoi e sulle scalinate. Scenografica e
irripetibile la coreografia casalinga sulla tribuna sud, ricoperta di cartoncini
blu lucidi, con qua e là stelle di color d'oro, a formare un firmamento dai
colori di Viterbo. In alto lo striscione: "Sempre più in alto fino al
cielo". Rispondevano gli ottocento reatini sulla tribuna opposta con un
ondeggiare di sciarpe amaranto e celesti. Poi cori e sfottò a non finire. E la
partita? Bella e combattuta: 87-77 per Viterbo, Meleo 32 punti, il rivale Lokar
a secco. Ma forse non contava tanto il risultato. Quella sera avevano vinto lo
sport e la città di Viterbo. Di lì a poco il declino, solo per noi gialloblu.
Bei ricordi, certo…ma quanta nostalgia!
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I
LAKERS
Lo sport è fatto di cicli, alcuni di essi si tramutano in dinastie o
addirittura leggende che perdurano nei cuori degli appassionati anche dopo il
loro esaurirsi. Gli attuali "miti viventi", che ogni tanto si
rinverdiscono con altre nuove memorabili sequenze vincenti, ostentano il colore
rosso della Ferrari, il bianco merengue del Real Madrid e nel basket il
gialloviola dei Los Angeles Lakers. La franchigia californiana non era più
riuscita a rendersi emula della pentatitolata squadra di Pat Riley degli anni
'80. C'è voluta l'intuizione di portare nella città del cinema tale Phil
Jackson, maestro zen con la curiosità di aver vinto da allenatore sei titoli
con Chicago di Jordan grazie al suo "attacco triangolo", a insegnare
come si vince a coloro che tentavano invano di ricalcare i passi di Magic
Johnson e Kareem Abdul Jabbar: Kobe Bryant, allora troppo acerbo e
individualista, e Shaquille O'Neal, il gigante buono dall'enorme potenziale
inespresso. Dall'arrivo di Jackson, i due hanno preso a giocare assieme nei
momenti decisivi, sono diventati gli uomini-squadra, hanno avuto un solerte
"supporting cast" e hanno inanellato tre titoli consecutivi, dal 2000
al 2002. Ora faticano in questa stagione, ma ne risentiremo parlare. Su di loro
tanto ci sarebbe da scrivere. Per ora accontentatevi di questa frase di Derek
Fisher a riassumere gli insegnamenti del coach: "La chiave è che ci
rispettiamo tutti, dal primo all'ultimo. In una squadra nulla conta più del
rispetto".
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ITALIA
CAMPIONE D'EUROPA
Dolce Francia per i canestri azzurri. Evidentemente l'aria transalpina è
benefica verso l'Italia di basket, visto che i due unici campionati
europei vinti si sono svolti là. Il primo a Nantes nel 1983. Altri tempi, altra
pallacanestro. Vent'anni fa appena, certo, ma pensare che ancora non esisteva il
tiro da tre e le divise avevano calzoncini livello mutande e calzettoni al
ginocchio, l'esatto opposto di oggi. Mode e regolamenti a parte, quel successo
nel suo valore ha aperto un ciclo in cui questo sport è cresciuto assai in
Italia, fino al secondo oro, stavolta a Parigi, nel 1999.
Tante differenze tra i due trionfi: squadra matura nel primo, roster giovane
proteso verso l'alto nel secondo; a Nantes un allenatore-icona come Sandro Gamba
e a Parigi un ct sempre in discussione quale Boscia Tanjevic, l'Arrigo Sacchi
dei cesti; allora si pensava a metterla dentro e poi a difendere: infatti la
finale terminò 106-95; oggi il contrario, e lo score fu 64-56. Ma anche molte
somiglianze: il paese ospitante, la sfidante estrema (la Spagna), l'accesso alle
Olimpiadi e soprattutto il gradino supremo del podio. La corsa per tutto il
campo col pallone in mano a sirena suonata di Villalta equivale all'arancia a
spicchi nascosta sotto la canotta da Carlton Myers: il souvenir del trionfo. A
Nantes c'era Dino Meneghin, a Parigi suo figlio Andrea: il loro abbraccio finale
è il simbolo di un cerchio che si chiude nel migliore dei modi. E l'immagine
più bella per questa vittoria dello sport azzurro.
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SPRINGFIELD
Forse sono in pochi a saperlo, ma la nostra Viterbo è gemellata con una città
davvero storica per la pallacanestro. Si tratta di Springfield, centro di
circa 150 mila abitanti nel Massachusetts (USA), costa orientale. Qui infatti
nel 1891, presso il liceo YMCA, il docente canadese James Naismith, su richiesta
del titolare di educazione fisica Luther Glick, inventò e impartì a diciotto
suoi annoiati allievi tredici rudimentali e semplici regole per un nuovo gioco
con la palla da praticare in palestra, visto che i rigori invernali non
consentivano di trascorrere all'aperto il tempo libero. Dalle pionieristiche
ceste di vimini per la frutta e dalle squadre di nove elementi si arrivò passo
dopo passo, neppure troppo lentamente, allo sport che noi tutti conosciamo.
Assai lungo trattare ora della lunga storia di questa disciplina. Ci torneremo
sicuramente, ma chi ne vuole sapere di più può farsi un "viaggetto"
a Springfield, dove è stato realizzato uno dei più moderni musei sportivi, il
"Naismith Memorial - Basketball Hall of Fame", il quale ospita
la galleria, implementata ogni anno, dei maggiori personaggi che hanno reso
leggendario il basket, giocatori, allenatori, arbitri, squadre, dirigenti,
mecenati dei canestri. Chi non ha modo di andare oltreoceano a Springfield, può
farsi una bella visita virtuale interattiva al sito www.hoophall.com.
Da non perdere. E Viterbo è gemellata con Springfield: che fosse d'auspicio per
tornare ad essere una vera "città di basket".
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SLAM DUNK
Nel mondo dei manga giapponesi c'è un angolino dedicato al basket: si tratta di
Slam Dunk ("schiacciata"), fumetto e cartone animato
trasmesso in Italia su MTV. Il protagonista è un eccentrico sedicenne,
Hanamichi Sakuragi, un tipo ancora né carne né pesce e una sorta di zimbello
della scuola per essere un collezionista di due di picche con le ragazze,
nonché dotato di un carattere fin troppo egoista e litigioso. Per farsi notare
dalla sua ultima fiamma, la dolce Haruko, grande appassionata di basket, inizia
a praticare questo sport pur senza possedere un minimo di fondamentali, soltanto
la sua sviluppata altezza. Così entra nel team scolastico, il cui
capitano-allenatore non è altri che il duro Takenori, fratello di Haruko, il
quale sottopone Hanamichi a sacrifici e umiliazioni per infondergli lo spirito
di squadra. Gli inizi sono un inferno, anche perché il ragazzo con il suo
carattere immaturo si crede un grande campione, non accetta di essere l'ultimo
arrivato e porta un certo scompiglio nel gruppo. Nonostante la rivalità con la
star Rukawa, presunto rivale in amore, saranno gli incoraggiamenti della
paziente Haruko, diventata sua amica, a far germogliare in Hanamichi una
passione sincera per il basket, grazie a cui si allenerà intensamente
dimostrando un talento naturale finora celato e migliorando il rapporto con i
compagni. La maturità raggiunta, di pari passo con i successi della propria
squadra, costituirà per lui la vittoria più bella.
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OSCAR
Brasile: basta dirlo e vengono in mente San Paolo, Rio de Janeiro con il Pan di
Zucchero, il Redentore, Copacabana, grattacieli e favelas. Brasile è dire samba
e pallone, ovunque, per strada e in spiaggia, Ronaldo, Rivaldo, Roberto Carlos,
i pentacampioni di oggi e i giocolieri del passato, Didì, Vavà, Pelè, la
gioia del calcio. Ah, anche i motori, con Ayrton Senna e Rubens Barrichello. Al
massimo, per gli intenditori di sport, il Brasile può essere una forte
nazionale di pallavolo. Ma il basket… oddio, c'è, sono anche bravini, ma
nulla di trascendentale. Eppure viene da lì uno dei più sorprendenti cestisti
della storia: Oscar Daniel Bezerra Schmidt, per farla corta Oscar (nella
foto con Magic Johnson). Niente NBA, "solo" cinque olimpiadi e
relativo record di punti. E' stato protagonista in Italia, cinque volte miglior
marcatore negli anni '80 con Caserta e Pavia, e nel suo paese, dove al Flamengo
è sceso in campo insieme al figlio Felipe. E che protagonista: 49.703 punti in
carriera, record di tutti i tempi, anche superiore a Kareem Abdul Jabbar. Questo
giocatore dall'aspetto semplice e dal fisico normalissimo ha instaurato nel
corso della sua infinita carriera un feeling simbiotico con il canestro,
allenandosi con centinaia se non migliaia di tiri al giorno, e ripetendosi in
partita come se niente fosse. Fu appellato Mao Santa, mano santa.
Classe '58, si è ritirato a maggio scorso, a 45 anni, in un bagno di lacrime.
La frase d'addio: "Mi sarebbe piaciuto giocare per sempre".
Quando uno ha voglia…
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LINNELL
JONES - 1
Avete presente quando a Napoli invitano Maradona a tornare per qualsiasi
occasione e la città impazzisce? Ebbene, a Viterbo potrebbe succedere la stessa
cosa il prossimo settembre, quando al Basket Day si ripresenterà nella Tuscia
la donna dei sogni, la statunitense Linnell Jones, forse l'unico
personaggio che è riuscito da queste parti a smuovere le folle e far veramente
sognare Viterbo, insieme al compianto Enrico Rocchi, il presidente della
Viterbese anni '70 a cui è stato intitolato lo stadio. Ma chi era Linnell
Jones, si chiederanno soprattutto i più giovani. Beh, confesso anch'io di
rimpiangere il fatto che ero troppo piccolo per ricordarmela. Invece per chi la
vide giocare è impossibile dimenticarla. E' stata dal 1981 al 1986 il playmaker
indiscusso della SISV del presidente Enzo Colonna e dei coach Aldo Corno e Gino
Minervini, con cui vinse una Coppa Italia nel 1984 e arrivò al posto d'onore in
campionato e Coppa Ronchetti nel 1985. Tre volte nominata miglior giocatrice
d'Europa e cinque All Star, questa giocatrice che non raggiungeva il metro e
settanta era dotata di un'indicibile rapidità di esecuzione, un passaggio
supersonico, una grande elevazione, aspetti questi che le consentivano una
capacità di gioco "all over", a tutto campo, e ne facevano
un'anticipatrice dei tempi più moderni. Il PalaCimini praticamente si riempiva
per lei e una volta Linnell ripagò la fiducia con ben 84 punti segnati in un
solo match. Quel ciclo viterbese segnò la storia dello sport locale e non solo.
Ma come era arrivata in Italia e proprio qui da noi?
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LINNELL
JONES - 2
Linnell Jones è stata la prima giocatrice americana a giocare in Europa dopo il
fallimento della lega d'oltreoceano WBL, e venne acquistata proprio dalla SISV
Viterbo, che in quell'anno si apprestava al secondo anno di serie A, il primo in
cui era consentita una straniera per squadra. Nata a Flint (Michigan) nel 1958,
durante il periodo scolastico praticò assieme atletica e basket, optando per il
cesto nel suo passaggio al college, prima a Ferris State e quindi a Kentucky
State, dove divenne "All American". Adocchiata dai talent-scout del
campionato professionistico, nel 1980 fu quarta scelta nel draft e vestì per la
stagione seguente la divisa delle Saint Louis Streaks suscitando ottime
impressioni. Ma la saldezza economica non era certo una prerogativa della
pionieristica lega rosa WBL, che chiuse i battenti dopo appena tre anni, nel
1981: tutte le giocatrici divennero libere e molte scelsero l'Europa. Linnell a
Viterbo diventò leggenda: fu appellata "Magic", un soprannome non
proprio affibbiato a chiunque, che si andò ad aggiungere al meno solenne
"Nurse J", la balia che col suo gioco nutriva tutta la squadra.
L'angusta palestra della Verità prima e il nuovo palasport poi si infiammarono
alle performances della snella Jones, che da vera leader oltre che play di
talento riuscì ad alzare il rendimento delle compagne. Un brutto infortunio
troncò la sua sesta stagione viterbese e abbreviò la sua carriera. Sposata con
Ricky McKenney e madre delle figlie Constance e Kimberly, oggi la
quarantacinquenne Linnell vive a Flint, dove gestisce una scuola basket per i
ragazzi del posto.
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